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ANSIA | Psicologia clinica

Ansia da vacanze: perché il riposo può diventare fonte di stress

Ansia da vacanze e difficoltà a rilassarsi durante le ferie

C’è una domanda che, in questo periodo dell’anno, torna spesso: perché le vacanze, che dovrebbero essere il tempo del riposo, finiscono talvolta per generare ansia da vacanze, tensione e irrequietezza? Perché quel corpo che aspettava le ferie da mesi, una volta arrivato al mare o in montagna, si ritrova stretto, irrequieto, come se il sollievo promesso non fosse mai davvero arrivato?

Non è una domanda ingenua. È, potremmo dire, una delle domande più oneste che si possano porre a sé stessi in questo momento dell’anno.

Quando il tempo perde la sua forma

Le vacanze tolgono qualcosa a cui, senza saperlo, ci appoggiamo tutto l’anno: la struttura, quella routine che ci supporta. Gli orari, gli impegni, le scadenze non sono soltanto fonte di fatica, sono anche un contenitore.

Quando questo contenitore si allenta, ciò che affiora non è sempre il piacere. A volte è il vuoto.

Il tempo libero, se non è abitato da una relazione con sé stessi sufficientemente solida, può somigliare più a un deserto che a un giardino. Mi domando se non sia proprio questo, spesso, il primo nucleo dell’ansia da vacanze: non il luogo, non gli impegni organizzativi, ma il trovarsi improvvisamente soli con la propria interiorità, senza le distrazioni che normalmente la tengono a distanza.

La famiglia in vacanza: quando tornano i ruoli di sempre

C’è poi un secondo livello, più stratificato, che riguarda da vicino le relazioni familiari.

La vacanza, specialmente quella condivisa con i genitori, i fratelli, i figli, rimette in scena una convivenza che nella vita ordinaria è diluita, mediata, resa sopportabile dalla distanza fisica e dai ritmi separati. In pochi giorni si torna a dormire sotto lo stesso tetto, a mangiare agli stessi orari, a occupare gli stessi spazi che un tempo, da bambini, erano gli unici spazi possibili.

Ed è qui che qualcosa si riattiva. Non per caso, ma per struttura: la famiglia d’origine, come ci insegna la tradizione psicoanalitica da Freud a Winnicott, non è semplicemente un insieme di persone, è un sistema di posizioni interne che continuiamo a portare dentro di noi.

Il figlio che torna a casa per due settimane può ritrovarsi, quasi senza accorgersene, a rioccupare il posto del bambino che doveva essere bravo, o quello dell’adolescente che doveva difendersi, o quello del mediatore silenzioso tra due genitori in conflitto. Il corpo lo sa prima della mente: la tensione alle spalle, il sonno che si fa leggero, l’irritabilità che sembra sproporzionata rispetto a un commento a tavola, una collera imprevista o una reazione che appare spropositata.

Questo elemento evoca un pensiero che vale la pena di ascoltare: non è la vacanza in sé a essere pericolosa, è la prossimità che essa impone, la caduta temporanea di quei confini che nel resto dell’anno permettono a ciascuno di respirare la propria identità separata da quella familiare.

Le relazioni affettive messe a nudo

Un discorso simile, per certi versi ancora più delicato, riguarda le relazioni di coppia.

Il tempo condiviso senza le interruzioni del lavoro può essere un’occasione di intimità autentica, ma può anche funzionare come una lente di ingrandimento. Le crepe che nella routine restano sullo sfondo, coperte dagli impegni e dalla fatica, in vacanza diventano visibili. Il silenzio che prima sembrava normale ora sembra distanza.

La difficoltà di stare insieme senza uno schermo, un compito, un terzo elemento che regoli la vicinanza, può far emergere un disagio che forse era già lì, in attesa di uno spazio per manifestarsi.

Non è un caso che tanti conflitti di coppia, o tante prese di consapevolezza dolorose, avvengano proprio durante o subito dopo un periodo di vacanza. Come se il corpo a corpo con l’altro, senza le difese quotidiane, riportasse a galla il desiderio autentico di quella relazione, e insieme la paura di scoprire che quel desiderio si è affievolito, o che non è mai stato del tutto corrisposto.

I meccanismi di difesa che si attivano

Di fronte a tutto questo, la mente non resta inerte, si organizza. Spesso senza che ce ne accorgiamo, attraverso meccanismi di difesa che hanno la funzione di renderci sopportabile ciò che altrimenti travolgerebbe.

Qualcuno riempie ogni giornata di attività, come se il vuoto stesso fosse un nemico da tenere a bada con il movimento perenne. Qualcun altro si isola, cercando nella lettura o in lunghe camminate solitarie un rifugio dalla prossimità familiare troppo intensa. Altri ancora somatizzano: mal di testa, insonnia, disturbi gastrointestinali che compaiono puntualmente ogni anno, proprio quando “si dovrebbe stare bene”. Il caldo e i cambiamenti legati alla stagione estiva possono inoltre amplificare alcune sensazioni corporee associate all’ansia, come approfondito nell’articolo dedicato agli attacchi di panico in estate.

Nessuno di questi meccanismi va giudicato. Sono, potremmo dire, tentativi legittimi di proteggerci da un eccesso di esposizione emotiva. Il problema non è la difesa in sé, ma la rigidità con cui talvolta viene mantenuta, come se ammettere il disagio equivalesse a una sconfitta, o peggio, a una vergogna da nascondere anche a sé stessi.

Domande che tornano, ogni estate

Ci sono interrogativi che, in questo periodo, arrivano quasi sempre uguali. Vale la pena fermarcisi, anche solo per un istante.

  • Perché mi sento ansioso proprio quando dovrei riposare? Perché il riposo toglie il contenitore delle abitudini, e lascia emergere ciò che la routine normalmente tiene a distanza (il vuoto, la relazione con sé stessi, i vissuti irrisolti).
  • È normale sentirsi in ansia tornando a casa dai genitori? Sì, ed è più frequente di quanto si pensi. Non significa essere rimasti bambini, significa che certi ruoli familiari, anche a distanza di anni, restano incisi nel corpo prima ancora che nel pensiero.
  • L’ansia da vacanze è diversa dall’ansia da rientro? Sono due facce dello stesso meccanismo: la prima nasce dalla perdita improvvisa della struttura, la seconda dal doverla ritrovare. Entrambe parlano di quanto, in fondo, ci appoggiamo silenziosamente alle nostre abitudini per reggere il resto.

Cosa fare di questa ansia da vacanze

Non esiste una tecnica che sciolga in poche mosse un vissuto che affonda le radici in anni di storia familiare e relazionale. Sarebbe disonesto proporne una.

Quello che forse si può fare, con più realismo, è iniziare a guardare l’ansia da vacanze non come un guasto da riparare in fretta, ma come un segnale, un messaggio che merita ascolto prima ancora che soluzione.

Se durante le ferie si sente montare un’irrequietezza che non si aspettava, se accorgersi che tornare a casa dai genitori ci riporta a un ruolo che credeva superato, se la vicinanza con il partner rivela una distanza che si preferirebbe non vedere, forse non si tratta di un fallimento personale. Forse è semplicemente il momento in cui qualcosa, dentro di noi, chiede finalmente di essere ascoltato, con la stessa cura e la stessa pazienza con cui, di solito, ci si prende cura di tutto il resto.

 

 

Se in queste righe hai riconosciuto qualcosa di tuo e senti che vorresti dargli voce, possiamo partire da lì. Come psicologo clinico, ricevo a Torino e online e lavoro anche con persone che stanno attraversando momenti di ansia, difficoltà emotiva o relazionale.

Per informazioni o per fissare un primo colloquio: info@alessandromassaropsicologo.com

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